ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Per Pietro Calogero

9 aprile 2026
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ABSTRACT

Alle 00.26 del 7 aprile, mentre sto leggendo un libro in attesa del sonno, mi arriva un sms: chi mai potrà avermelo mandato a quell’ora? Prendo il telefonino e leggo il nome del mittente, è Flavio Zanonato, ex sindaco di Padova ed amico di Calogero ed anche mio: “Caro Armando, ho una brutta notizia, un’ora fa è morto Piero Calogero”. Dopo alcuni secondi di immobilità, lo ringrazio, pur se la notizia è tremenda ed aggiungo “Ho perso un maestro”.

Immediatamente, sento di dovere trasmettere alle mailing list e alle chat di cui sono partecipe, queste parole: “Mezz’ora prima del 7 aprile (incredibile coincidenza) ci ha lasciato Pietro Calogero: è stato un mio maestro in quegli anni e non lo dimenticherò mai”.

Al mattino del 7 aprile, mi sono subito chiesto cosa avrei potuto scrivere per onorarlo, ma sono stato frenato dalla memoria della sua sobrietà: forse Piero (così lo chiamavano, anziché “Pietro”) non lo avrebbe voluto e del resto la sua famiglia, come un collega ci ha comunicato in chat, ha fatto sapere che, per rispettare un suo desiderio espresso in vita, vorrebbe evitare interventi al microfono nel corso della cerimonia funebre. Piero, come i veri grandi, voleva andarsene in silenzio.

Pietro Calogero è morto nella sua casa, a 86 anni, dopo una vita che costituisce parte importante della storia del nostro Paese: da magistrato, a Padova, si è occupato decenni fa del contrasto del terrorismo di ogni colore (incluso quello di matrice neofascista) pur se molti lo ricordano soprattutto per l’inchiesta “7 aprile” del 1979 che portò all’arresto di leaders e militanti dell’Autonomia Operaia. Nel quadriennio 1986-1990, è stato componente eletto del Csm e successivamente procuratore della Repubblica a Padova, concludendo la sua carriera come procuratore generale della Repubblica a Venezia. Piero ha anche scritto con Carlo Fumian Terrore rosso. Dall’autonomia al partito armato (Laterza 2010), una testimonianza irrinunciabile per chi voglia conoscere l’evoluzione degli “anni di piombo”.

Per rispettare la sobrietà che ha contraddistinto la sua vita e poiché non sarà mai possibile dimenticare nulla di lui e di quegli anni, ho deciso di riportare di seguito solo quanto su Pietro avevo già scritto in un mio libro edito nel 2010[1], cioè parole che riguardano le strade che abbiamo insieme percorso in passato: indagini sul terrorismo e vita associativa. Le integrerò con poche considerazioni attuali, tratte anche da un importante studio del prof. Angelo Ventura[2], amico e collaboratore di Piero Calogero. 

Il contrasto del terrorismo, i “pentiti” e la fine degli anni di piombo

Primavera del 1979. Ormai da circa un anno i pubblici ministeri e i giudici istruttori italiani che si occupavano di terrorismo erano stati capaci di propria iniziativa, in assenza di leggi ad hoc, di coordinarsi per scambiarsi notizie sulle indagini in corso e sulle organizzazioni terroristiche che ne erano oggetto, per scambiarsi atti processuali ed elaborare le strategie d’azione successive. Era stato Pietro Calogero, però, uno dei miei maestri, a incriminare per primo i capi e altri quadri intermedi della cosiddetta «Autonomia Operaia». All’epoca era sostituto procuratore della Repubblica a Padova e, grazie anche ad importanti testimonianze (tra cui quella del professor Angelo Ventura, per questo vittima di un «azzoppamento» nel successivo settem­bre del 1979), aveva scoperto l’esistenza di una vera e propria or­ganizzazione terroristica, capeggiata da Toni Negri ed altri, strutturata in una duplice veste: da un lato, la facciata pubblica ed ap­parentemente legale – impegnata nei collettivi, nei comitati di fabbri­ca e di quartiere, e dotata pure di un giornale («Rosso») – e, dal­l’altro, l’articolazione clandestina e molto compartimentata, addetta alle rapine di finanziamento e agli attentati. Si riproduceva, insomma, lo stesso schema di Lotta Continua, al tempo in cui al­cuni suoi vertici decisero – e i quadri «militari» eseguirono – l’o­micidio del commissario Calabresi (Milano, 17 maggio 1972), nonché di altre organizzazioni nate negli anni seguenti. L’inchie­sta di Calogero, quella cosiddetta del «7 Aprile» (dalla data di ese­cuzione dei numerosi ordini di cattura emessi), aveva portato a numerosi arresti: oltre a Toni Negri, quelli di Oreste Scalzone, Franco Piperno, Emilio Vesce, Gianfranco Pancino, Lauso Zaga­to, Luciano Ferrari Bravo e altri. L’indagine aveva scatenato po­lemiche feroci da parte dei tanti garantisti nostrani, ma aveva pu­re svelato uno scenario sconosciuto. Quello che sarebbe stato poi del tutto illuminato da numerosi collaboratori processuali. Furono formulate plurime critiche all’inchiesta che, peraltro, non riguardavano le con­clusioni di Calogero, ma la iniziativa dei colleghi romani che accusarono Toni Negri di essere coinvolto nel sequestro Moro: sa­rebbe stato lui, secondo quella ipotesi, il telefonista allora sconosciuto che, a nome delle Br, aveva tenuto i contatti con persone vicine ai familiari di Aldo Moro. Un’accusa anche allora poco verosimile.

Il primo collaboratore processuale, cioè il primo “pentito”, a parlare dall’interno del­l’Autonomia come associazione terroristica fu Carlo Fioroni, un insegnante all’epoca detenuto perché condannato in primo grado a ventisette anni per il sequestro di persona a scopo di estorsione e per l’omicidio prete­rintenzionale del suo amico Carlo Saronio, risalente all’aprile del 1975. Fioroni era stato arrestato a Bellinzona con parte del riscat­to. Come esecutore materiale del sequestro era stato anche con-dannato a venticinque anni di reclusione un delinquente comune, Carlo Casirati. Verso la fine del 1979, Fioroni ci fece sapere che intendeva essere interrogato. Io e Pietro Calogero ci trasferimmo a Matera, nel cui carcere Fioroni era detenuto, e per vari giorni vissuti in simbiosi, a partire dal 7 dicembre, raccogliemmo le sue confessioni sulla struttura e sulle attività illegali della Autonomia Operaia, nel­l’ambito delle quali si collocava il sequestro Saronio. Si era trattato di un’operazione di finanziamento dell’organizzazione, la cui esecuzione era stata appaltata a criminali comuni capeggiati da Carlo Casirati. La morte di Saronio era stata causata da un inci­dente di percorso addebitabile proprio ai «comuni»: uso di una dose eccessiva di cloroformio. Vista l’importanza storica delle di­chiarazioni di Fioroni, contattammo anche Gian Carlo Caselli e altri colleghi che si occupavano di terrorismo: Matera sembrava all’improvviso diventata la località preferita dai giudici e pubblici ministeri che si avvicendavano negli interrogatori. Carlo Fioroni [...] collaborando, si definì un quadro intermedio dell’organizzazione, nata dallo scioglimento tattico di Potere Operaio del 1973. Ne illustrò lo sviluppo a par­tire dalla decisione di operare una svolta insurrezionale e di co­struire il partito armato, autodenominandosi prima “Lavoro Ille­gale” e poi “Fronte armato rivoluzionario operaio” (Faro). Ne indicò ovviamente i capi, Toni Negri primo tra tutti, di cui citò gli in­contri con Renato Curcio. Spiegò come l’organizzazione, che si era dotata di una facciata apparentemente legale costituita dalla rivista «Rosso», fosse responsabile non solo del sequestro Saro­nio, ma anche di altre azioni di finanziamento – tra cui una rapina commessa ad Argelato (Bologna) che era costata la vita al briga­diere dei carabinieri Andrea Lombardini – e di vari attentati, co­me quello commesso nel milanese ai danni della Face Standard. Alla collaborazione di Carlo Fioroni fece seguito alla fine del 1979 un’importante operazione denominata «21 Dicembre», data dei numerosi arre­sti, alcuni dei quali «eccellenti» e riguardanti anche personaggi del mondo accademico, che furono eseguiti in varie parti d’Italia. Alcuni degli arrestati confessarono a loro volta. L’operazione rafforzò ovviamente quella del «7 Aprile». Il ruolo di Toni Negri, vertice di una delle più ramificate organizzazioni terroristiche ita­liane, era ormai svelato [...]. Ma i supporter di Negri e com­pagni non risparmiarono neppure quella volta i loro strali ai ma­gistrati che si occupavano di terrorismo, a partire proprio da Calogero. Anche Leonardo Sciascia intervenne con una dichiarazione del 28 dicembre a garantire l’in­nocenza di una regista televisiva che era stata arrestata. Quali le basi della testimonianza rilasciata dallo scrittore siciliano? Sem­plicemente il fatto che lui ne era amico e la conosceva bene. Ov­viamente, nessun’autocritica neppure da Sciascia quando quella donna ammise i fatti a lei addebitati e rese dichiarazioni importanti anche per ricostruire le responsabilità connesse alla rapina di Argelato con l’omicidio del brigadiere Lombardini. Fioroni nominò difensore di fiducia, oltre Marcello Gentili di Milano, anche l’avvocato Fausto Tarsitano [...] notoriamente avvoca­to della Cgil e dell’«Unità». Ciò bastò al difensore di uno degli arrestati per formulare allusioni al Pci come ispiratore della iniziativa giudiziaria, se non delle stesse confessioni di Fioroni. Accuse di contiguità tra politica e magi­stratura già mosse a Calogero in occasione degli arresti del «7 Aprile» [...]. Non è che questo tipo di accuse ci sfiorasse o ci infastidisse più di tanto: erano però episodi che segnavano un certo isolamento dei magistrati che si occupavano di terrorismo. Ma siccome di isolamento e solitudine dei magistrati si è parlato tanto – e io ritengo che facciano quasi parte del loro status ordinario – preferisco parlar d’altro.

L’operazione del 21 dicembre fu probabilmente la prima di quegli anni condotta da vari uffici giudiziari in modo perfettamente coordinato. Un acuto osservatore come Indro Montanelli scrisse:

“Alcune cose, cui purtroppo eravamo poco abituati, risultano chia­re dallo stesso ruolino di marcia di tutta l’inchiesta: la segretezza con cui i magistrati – e sono almeno una dozzina – l’hanno condotta e la collaborazione di cui essa è il segno. Si sa di un vertice tenuto tra quelli di Milano, Torino, Padova, Reggio Emilia, Firenze, Genova, Roma: ma non se ne conosce né il cosa, né il dove, né il quando (pare a metà dicembre, ma è solo una voce). Questa coralità di azione ci consola. Fi­nora si era vista soltanto una magistratura che intralciava se stessa [...] era tutto un susseguirsi di iniziative slegate e molto spesso in contrad­dizione l’una con l’altre [...]. Rovesciare questi metodi e sistemi non deve essere stato facile [...]. Noi vi crediamo [...]. Andate avanti [...].”[3]

Poco dopo la collabora­zione di Fioroni, il Parlamento, in data 6 febbraio 1980, convertiva in legge il decreto del governo varato a dicembre contenente per la prima volta la previsione di notevoli sconti di pena per i pentiti. Occorreva uno strumento forte e nuovo contro il terrorismo, ma non erano state le confessioni di Fioroni a determinarlo (né Fio­roni era a conoscenza della sua gestazione quando parlò), bensì un tragico episodio di via Ventimiglia a Torino, dove un nucleo di terroristi di Prima Linea, nel dicembre del 1979, aveva fatto irru­zione in una scuola di formazione aziendale, aveva scelto a caso dieci persone che la frequentavano, le aveva fatte allineare contro un muro, «gambizzandole» tutte.

Nel febbraio del 1980, il procuratore Gresti, contro il parere di Carnevali, Michelini e mio (ndr: i tre pm che all’epoca conducevano l’inchiesta), decise di inviare tutta l’inchiesta “21 Dicembre”, per competenza, alla Procura della Repubblica di Roma, che procedeva contro molti degli stessi imputati per il più grave reato di insurrezione armata. [...]

Negri fu condannato in primo grado a trent’anni di reclusione, ma la pe­na definitiva fu quella di undici anni, sei mesi e quindici giorni di reclusione, con interdizione perpetua dai pubblici uffici, per ban­da armata, per l’omicidio Lombardini ad Argelato e per altri gra­vi reati. In appello gli furono infatti concesse le attenuanti generiche con una discutibile motivazione in cui si faceva anche riferi­mento, oltre che alla sua dissociazione, alla «mutata situazione so­ciale del paese» e alle «conseguenti molteplici istanze, formulate anche in autorevoli sedi istituzionali, per il superamento dell’e­mergenza pur nella ferma condanna dei fatti e dei singoli auto­ri»[4]. Negri, arrestato il 7 aprile 1979, era intanto stato eletto de­putato nelle liste del Partito radicale e fu scarcerato il 7 luglio 1983. Nel settembre successivo, il Parlamento concesse l’autoriz­zazione al suo arresto, ma Negri si era già reso latitante riparando in Francia. Rientrò spontaneamente in Italia quattordici anni do­po, godendo pressoché immediatamente dei benefici penitenzia­ri e così finendo di scontare la pena. Nell’ottobre del 2009, un suo articolo venne pubblicato su «Italianieuropei», rivista dell’omo­nima fondazione di Massimo D’Alema e Giuliano Amato. Pare che il pezzo, intitolato Sul futuro delle socialdemocrazie europee, sia stato ritenuto interessante dal direttore della rivista[5].

Ricordo quegli anni passati con Pietro Calogero a discutere, a scambiarci atti processuali, a ragionare sul da farsi e sugli indirizzi giurisprudenziali cui ispirare la nostra azione, ma ricordo anche i giorni passati insieme ad interrogare: grazie a lui ed al suo rispetto per la dignità degli imputati, affinai la mia tecnica di interrogatorio e di verbalizzazione. Ma non sono stato mai capa­ce di eguagliarne la resistenza alla fatica: una sigaretta, un caffè e via. Ore ed ore di interrogatorio, notti comprese: io, quasi tren­tunenne, distrutto e persino incapace di scrivere a macchina quello che lui dettava. [...]

In sintesi, il lavoro di Pietro Calogero, che lui stesso raccontò con distacco e chiarezza in un libro scritto con Carlo Fumian (Terrore rosso. Dall’autonomia al partito armato, Laterza 2010), consentì di svelare il doppio livello di gran parte delle organizzazioni terroristiche: l’illegalità di massa da un lato (si pensi alle manifestazione del 1977 ed al falso spontaneismo che le caratterizzava) e l’attività clandestina, dall’altro.

L’inchiesta “7 aprile” aveva cioè messo a nudo la verità, svelando le basi ideologiche dell’autonomia operaia, che costituivano forse la matrice più profonda del partito armato, tale da rendere il terrorismo italiano più “popolato” e popoloso che in altri Stati Europei, nonché capace di valorizzare le convergenze tra l’autonomia stessa e gruppi clandestini come le BR, quasi superando le divergenze.

Era questo il cuore del problema svelato da Calogero e dalla Procura di Padova, che rimase incompreso a tanti pseudo-intellettuali di quegli anni e che determinò anche contraddizioni della magistratura, con giudici e Pm messi sotto accusa persino da alcuni loro colleghi.

Il tutto gravitante attorno ad una serie di presunte giustificazioni articolate in più passaggi secondo cui gli imputati in quei processi erano spesso militanti di estrema sinistra ma non terroristi, era la situazione economica e politica a giustificarne l’ azione o ad attenuarne l’illegalità, erano gli apparati repressivi dello Stato ad agire nella illegalità e a generare violenza, Negri ed altri erano intellettuali perseguitati ed accademici da difendere, Fioroni era teleguidato e mentiva.

Al massimo, insomma, si trattava dei famosi “compagni che sbagliano”.

Questi pseudo intellettuali sapevano la verità? Io e Calogero (ma certo non da soli) pensavamo di sì, o quanto meno la conoscevano la gran parte di loro, mentre altri, fortunatamente ma colpevolmente, semplicemente non volevano vedere.

 La nascita del Movimento per la Giustizia

L’evento che contribuì in modo decisivo a determinare la fondazione del Movimento per la Giustizia fu la mancata nomina di Giovanni Falcone a capo dell’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, dopo che Antonino Caponnetto era stato trasferito ad analoghe funzioni al Tribunale di Firenze. Solo pochi componenti del Csm avevano tentato invano, in quella occasione, di evitare che logiche ottusamente formalistiche (secondo cui la maggiore anzianità, purché senza demerito, doveva essere il criterio prevalente nella nomina dei magistrati per incarichi direttivi e semidirettivi), quando non di mero potere, prevalessero sulla necessità di potenziare l’efficacia dell’azione giurisdizionale in terra di mafia: il 19 gennaio 1988, 16 consiglieri (tra cui 2 di MD) votarono per Antonino Meli (che vinse), 10 (tra cui Vito D’Ambrosio, Pietro Calogero che erano allora iscritti ad Unità per la Costituzione, nonché Stefano Racheli che era iscritto a Magistratura Indipendente e Gian Carlo Caselli di MD) per Falcone e 5 si astennero.

In particolare, Pietro Calogero e Vito D’Ambrosio non solo furono tra coloro che votarono per la nomina di Giovanni Falcone a Dirigente dell’Ufficio Istruzione di Palermo ma diedero anche l’annuncio in plenum della fondazione del Movimento per la Giustizia e della loro adesione al nuovo gruppo. Entrambi, infatti, erano stati eletti in quel Csm (in carica tra il 1986 ed il 1990) in epoca anteriore alla nascita del Movimento, ma vi rimasero in carica durante i suoi primi anni di attività.

L’episodio riguardante Falcone, che richiamava i temi della profes­sionalità e della questione morale insieme, risvegliò dunque l’impegno as­sociativo di decine di magistrati, fino a quel momento apprezzati soprattutto per le loro qualità professionali (tra loro lo stesso Giovanni Falcone, Vladimiro Za­grebelsky, Mario Almerighi, Pietro Calogero, Leonardo Agueci, Giovanni Tamburino, Walter Basilone, Angelo Bozza, Gioacchino Natoli, Giuseppe Ayala, Vito D’Ambrosio, Enrico Di Nicola, Giorgio Lattanzi, Gabriella Luccioli, Ubaldo Nannucci, Nino Condorelli, Ernesto Lupo, Ernesto Aghina, Angelo Costanzo, Gerardo D’Ambrosio, Michele Del Gaudio, Marco Di Napoli, Matteo Frasca, Mario Fresa, Luciano Gerardis, Pietro Grasso, Giovanni Kessler, Sergio Lari, Antonella Magaraggia, Sergio Materia, Gianni Melillo, Alfredo Morvillo, Francesca Morvillo, Ubaldo Nannucci, Nello Nappi ed altri ancora).

Nacque così il Movimento per la Giustizia [...] che diffuse il proprio manifesto fondativo che approvammo all’unanimità il 17 aprile 1988, al termine di una indimenticabile assemblea svoltasi nell’ Hotel Salus di Roma, in piazza Indipendenza, a cento metri circa dal Csm.

Calogero, dunque, ne fu dall’inizio un convinto protagonista, conoscitore della storia nobile dell’associazione magistrati capace di autosciogliersi durante il fascismo e di ricomporsi nel dopoguerra, determinando anche plurime aggregazioni culturali ed ideali che hanno determinato il nascere delle correnti. Certo Pietro Calogero ben conosceva i problemi e le criticità originate da condotte non commendevoli di magistrati e di spezzoni di correnti, ma era ben convinto che si trattasse di comportamenti da denunciare caso per caso, senza generalizzare, certo non risolvibili con il sorteggio dei componenti del Csm. Credo di non incorrere in forzature del suo pensiero se ciò affermo, certo che anche lui non avrebbe mai condiviso riforme finalizzate solo a demolire l’organo di garanzia della indipendenza ed autonomia della magistratura.

Ricordo molti altri giorni ed “avventure” vissuti insieme a Piero Calogero e dopo la sua scomparsa continuerò a ripeterne la ricerca nella memoria, tra le carte, sul pc e sul telefonino. Rammento che siamo stati relatori insieme a Padova il 27 novembre del 2015 per un incontro in Università sul “Terrorismo degli anni di piombo”: possibile che non ci siamo più rivisti dopo in un convegno a Padova o altrove? Trovo sul telefonino uno scambio di sms del 13 settembre del 2022 in cui gli scrivo “Caro Pietro, io non ho trovato niente nel mio archivio personale. Però ho parlato con un bravissimo funzionario che mi farà sapere se trova le sentenze di tuo interesse. Potrai fare richiesta formale di copia”. Ed il 17 settembre gli scrivevo ancora “Caro Pietro ti ho inviato 6 mail con 307 file allegati da stampare (uno per ogni pagina). Mi daresti conferma dell’arrivo delle mail con allegati?”. La confermo arrivò ma non ricordo qual era la ricerca storica cui Pietro era interessato.

Caro Piero, mi fermo qui. Anche se negli ultimi anni i nostri contatti si sono quantitativamente ridotti, la nostra amicizia non ne ha minimamente risentito.

Nulla è cambiato tra noi e mi sforzerò di ricordare tutto, di più.

Faccio mie, per chiudere, le parole di una collega (Angela Barbaglio) inoltrate su una mailing list di magistrati per ricordarlo: “Anch’io ho di Pietro un affettuoso ricordo: simpatico, anticonformista, protettivo ed incoraggiante con i più giovani. Era naturale impararne, con il rigore professionale, il calore umano vero”. Piero carissimo amico, non vi è altro da dire per salutarti ed abbracciarti.

[1] Armando Spataro, Ne valeva la pena. Storie di terrorismi e mafie, di segreti di Stato e di giustizia offesa, Laterza, 2010.

[2] Angelo Ventura, Per una storia del terrorismo italiano, Donzelli, 2010.

[3] Indro Montanelli, E il resto è silenzio, in «Il Giornale», 27 dicembre 1979.

[4] Sentenza della Prima Corte dAssise dAppello di Roma, 8 giugno 1987, pp. 491-493.

[5] Alessandro Trocino, E Toni Negri scrive per «Italianieuropei», in «Corriere della Sera», 14 ottobre 2009.

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